Anteprima degli articoli del bollettino 2021

Anteprima degli articoli del bollettino 2021

Lettera apostolica PATRIS CORDE DEL SANTO PADRE FRANCESCO

IN OCCASIONE DEL 150° ANNIVERSARIO DELLA DICHIARAZIONE DI SAN GIUSEPPE QUALE PATRONO DELLA CHIESA UNIVERSALE

Quello che abbiamo davanti, a causa dell’emergenza pandemica e della conseguente crisi economica e occupazionale, si annuncia un anno particolarmente difficile e nelle intenzioni del Papa e del decreto della Penitenzieria Apostolica c’è l’affidamento allo sposo di Maria per trovare “conforto e sollievo dalle gravi tribolazioni umane e sociali che oggi attanagliano il mondo contemporaneo”.

A 150 anni dal decreto Quemadmodum Deus con cui il beato Pio IX rese pubblica la solenne proclamazione di san Giuseppe a Patrono della Chiesa Cattolica, papa Francesco ha indetto uno speciale anno dedicato al padre putativo di Gesù che terminerà l’8 dicembre 2021. Durante quest’anno, indetto mediante la lettera apostolica Patris Corde, la Penitenzieria Apostolica elargirà il dono di speciali indulgenze come stabilito in un decreto ad hoc firmato dal penitenziere maggiore, il cardinale Mauro Piacenza.

Con cuore di padre,

[…] Dopo Maria, Madre di Dio, nessun Santo occupa tanto spazio nel Magistero pontificio quanto Giuseppe, suo sposo. I miei Predecessori hanno approfondito il messaggio racchiuso nei pochi dati tramandati dai Vangeli per evidenziare maggiormente il suo ruolo centrale nella storia della salvezza: il Beato Pio IX lo ha dichiarato «Patrono della Chiesa Cattolica», il Venerabile Pio XII lo ha presentato quale “Patrono dei lavoratori e San Giovanni Paolo II come «Custode del Redentore». Il popolo lo invoca come «patrono della buona morte». […] Pertanto, al compiersi di 150 anni dalla sua dichiarazione quale Patrono della Chiesa Cattolica fatta dal Beato Pio IX, l’8 dicembre 1870, vorrei – come dice Gesù – che “la bocca esprimesse ciò che nel cuore sovrabbonda” (cfr Mt 12,34), per condividere con voi alcune riflessioni personali su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi. Tale desiderio è cresciuto durante questi mesi di pandemia, in cui possiamo sperimentare, in mezzo alla crisi che ci sta colpendo, che «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. […] Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti». Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine […]

L’indulgenza plenaria sarà concessa ai fedeli che durante l’anno “mediteranno per almeno 30 minuti la preghiera del Padre Nostro, oppure prenderanno parte a un Ritiro Spirituale di almeno una giornata che preveda una meditazione su San Giuseppe”, “compiranno un’opera di misericordia corporale o spirituale”, reciteranno il “Santo Rosario nelle famiglie e tra fidanzati”, invocheranno con preghiere “l’intercessione dell’Artigiano di Nazareth, affinché chi è in cerca di lavoro possa trovare un’occupazione e il lavoro di tutti sia più dignitoso”, reciteranno le Litanie a san Giuseppe o l’Akathistos o qualche altra preghiera “a favore della Chiesa perseguitata ad intra e ad extra e per il sollievo di tutti i cristiani che patiscono ogni forma di persecuzione”.

Padre nell’accoglienza

[…] Giuseppe accoglie Maria senza mettere condizioni preventive. Si fida delle parole dell’Angelo. «La nobiltà del suo cuore gli fa subordinare alla carità quanto ha imparato per legge; e oggi, in questo mondo nel quale la violenza psicologica, verbale e fisica sulla donna è evidente, Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato che, pur non possedendo tutte le informazioni, si decide per la reputazione, la dignità e la vita di Maria. E nel suo dubbio su come agire nel modo migliore, Dio lo ha aiutato a scegliere illuminando il suo giudizio»[…]

[…] Tante volte, nella nostra vita, accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il significato. La nostra prima reazione è spesso di delusione e ribellione. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni[…]

[…] La vita spirituale che Giuseppe ci mostra non è una via che spiega, ma una via che accoglie. Solo a partire da questa accoglienza, da questa riconciliazione, si può anche intuire una storia più grande, un significato più profondo. Sembrano riecheggiare le ardenti parole di Giobbe, che all’invito della moglie a ribellarsi per tutto il male che gli accade risponde: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2,10).

Giuseppe non è un uomo rassegnato passivamente. Il suo è un coraggioso e forte protagonismo. L’accoglienza è un modo attraverso cui si manifesta nella nostra vita il dono della fortezza che ci viene dallo Spirito Santo. Solo il Signore può darci la forza di accogliere la vita così com’è, di fare spazio anche a quella parte contradditoria, inaspettata, deludente dell’esistenza.

La venuta di Gesù in mezzo a noi è un dono del Padre, affinché ciascuno si riconcili con la carne della propria storia anche quando non la comprende fino in fondo.

[…] Come Dio ha detto al nostro Santo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere» (Mt 1,20), sembra ripetere anche a noi: “Non abbiate paura!”. Occorre deporre la rabbia e la delusione e fare spazio, senza alcuna rassegnazione mondana ma con fortezza piena di speranza, a ciò che non abbiamo scelto eppure esiste. Accogliere così la vita ci introduce a un significato nascosto. La vita di ciascuno di noi può ripartire miracolosamente, se troviamo il coraggio di viverla secondo ciò che ci indica il Vangelo. E non importa se ormai tutto sembra aver preso una piega sbagliata e se alcune cose ormai sono irreversibili. Dio può far germogliare fiori tra le rocce. Anche se il nostro cuore ci rimprovera qualcosa, Egli «è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1 Gv 3,20)[…]

Torna ancora una volta il realismo cristiano, che non butta via nulla di ciò che esiste. La realtà, nella sua misteriosa irriducibilità e complessità, è portatrice di un senso dell’esistenza con le sue luci e le sue ombre. È questo che fa dire all’apostolo Paolo: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28). E Sant’Agostino aggiunge: «anche quello che viene chiamato male (etiam illud quod malum dicitur)». In questa prospettiva totale, la fede dà significato ad ogni evento lieto o triste.

Lungi da noi allora il pensare che credere significhi trovare facili soluzioni consolatorie. La fede che ci ha insegnato Cristo è invece quella che vediamo in San Giuseppe, che non cerca scorciatoie, ma affronta “ad occhi aperti” quello che gli sta capitando, assumendone in prima persona la responsabilità.

L’accoglienza di Giuseppe ci invita ad accogliere gli altri, senza esclusione, così come sono, riservando una predilezione ai deboli, perché Dio sceglie ciò che è debole (cfr 1 Cor 1,27), è «padre degli orfani e difensore delle vedove» (Sal 68,6) e comanda di amare lo straniero.[20] Voglio immaginare che dagli atteggiamenti di Giuseppe Gesù abbia preso lo spunto per la parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso (cfr Lc 15,11-32).

Storia della liturgia della parola  Teologia liturgica P. Abate Riccardo Luca Guariglia Abate di Montevergine

Il canto d’ingresso è attribuito dal Liber Pontificalis al Papa Celestino I (422-431). L’introduzione di questo canto è frutto di una preoccupazione pastorale: concentrare i fedeli sulla celebrazione che sta per svolgersi, mentre il celebrante si dirige verso l’altare. L’Ordo Romanum I per esempio ci dà una dettagliata descrizione di come si è sviluppato il canto d’ingresso. Il papa è in Laterano, dove nel giorno di Pasqua si svolge la celebrazione, a Santa Maria Maggiore, entra in sacrestia e indossa i paramenti, la schola nel frattempo ha già preso posto davanti al presbiterio, il diacono con il manipolo del papa fa segno che si può iniziare il canto d’ingresso, mentre il corteo si mette in cammino[1]. Oggi dopo il Concilio Vaticano II, il canto d’ingresso diventa il canto d’apertura che svolge una funzione di preparazione alla celebrazione, alla Liturgia della parola e al suo tema.

La Didachè nota l’uso della penitenza pubblica prima della celebrazione. S. Agostino osserva che dopo l’ingresso si salutano i fedeli, questo saluto faceva iniziare le letture, senza interruzioni per il Gloria e la colletta. Prima del saluto dei fedeli, l’Ordo I prevede che il celebrante si raccolga, iclinat caput ad altare, e non è prevista nessuna preghiera.

L’atto penitenziale, introdotto dall’attuale messale, riguarda tutta l’assemblea, ministri e fedeli. È interessante notare che il posto di quest’atto, prima delle letture, sia dovuto a una profonda comprensione di ciò che significa la proclamazione della parola: perché provoca uno dei modi di presenza del Signore nell’assemblea. L’attuale messale presenta differenti formule di realizzare l’atto penitenziale, che può essere sostituito, la domenica, da un’aspersione, quando la Messa è preceduta da una cerimonia, per esempio la domenica delle palme.

Il bacio all’altare e il saluto ai fedeli nel messale presente hanno cambiato posto. Nel messale di Pio V le preghiere ai piedi dell’altare erano seguite dal bacio dell’altare, dalla lettura a bassa voce del canto di ingresso, dal Kyrie e dal Gloria, solo dopo di essi il celebrante salutava l’assemblea. Poiché l’atto penitenziale era di tutta l’assemblea, è normale salutarla fin dall’inizio della celebrazione, così pure è normale come primo gesto baciare l’altare all’inizio della celebrazione. Per trattare il problema del Kyrie, bisogna collegarlo con la preghiera dei fedeli. Sappiamo da Eteria che a Gerusalemme, verso il 400, un diacono proponeva delle intenzioni, alle quali un gruppo di fanciulli rispondeva Kyrie eleison.

Il Gloria è una delle più antiche composizioni della Chiesa. Secondo il Liber Pontificalis papa Telesforo (+154) avrebbe introdotto questo canto nella messa di Natale, ma possiamo accertare che questa notizia sia falsa perché tale festa fu creata solo nel IV secolo a Roma. Abbiamo anche il sermone n. 6 di S. Leone come unica indicazione per Natale. Solo il vescovo intona il Gloria, a Natale. È noto che l’attuale messale romano ne ha ridotto l’uso, abolendolo nelle celebrazioni semplici e nelle festi minori.

La Colletta. E’ difficile precisare il momento dell’ingresso di questa preghiera all’inizio della liturgia della parola. In generale si pensa che sia stata introdotta da S. Leone Magno (440-461). Fin da allora la prima preghiera dell’assemblea, a parte il Gloria a Natale e poi il canto d’ingresso, era situata nel momento della preghiera dei fedeli o universale, chiamata soprattutto Oratio fidelium. Era perciò l’ascolto della parola di Dio che provocava la preghiera, espressa come risposta sotto forma di dialogo con il Signore. La colletta diveniva così una preparazione dell’ascolto e alla realizzazione di ciò che veniva inteso. Il termine colletta non indica una preghiera ma una riunione, la riproduce con la parola Oratio. L’ipotesi più verosimile è quella che si tratti di una preghiera personale dei fedeli, che invitati dall’ammonizione Oremus si raccolgono, e la loro orazione viene poi conclusa dalla colletta che riunisce in qualche modo la preghiera personale di ciascuno. La colletta si conclude con il Per Dominum nostrum Jesum…,così la Chiesa Romana prega abitualmente il Padre per il Figlio nello Spirito.

Oggi si pone il problema del contenuto della colletta di fronte alle letture. Molti, per motivi pastorali, desiderano nella Liturgia della parola un’unità tematica, collegata al contenuto delle letture. Così ciascun lezionario, per le domeniche e le feste, dovrebbe avere proprie collette, poste in rapporto alle letture.

  1. Giustino nella I apologia al capitolo 67 ci descrive la Liturgia della parola nel 150 d.C. e ci dà già una linea strutturata compreso l’omelia, senza darci però dati sul numero delle letture. Cita i profeti e le memorie degli apostoli, termine con cui indica sia le loro lettere sia i vangeli. Anche nel cap. 65 della I Apologia, Giustino descrive il battesimo e poi passa subito al rito del portare sull’altare il pane e il vino mescolato all’acqua. Questo significa che le letture probabilmente fossero fatte all’inizio della celebrazione[2]. Il concilio vaticano II conosceva l’uso del lezionario del messale di Pio V, ma il desiderio della Sacrosactum Concilium era di rendere ai fedeli una gran parte della Scrittura[3].

Infatti, fu deciso un ciclo domenicale di tre anni (ABC), mentre per i giorni della settimana furono organizzati un ciclo di due anni per la prima lettura e un ciclo unico per il vangelo, perché i giorni feriali comportano solo due letture. L’Omelia invece fa parte integrante della celebrazione, essa deve servire da legame tra la parola proclamata e la celebrazione dell’eucarestia che segue e deve condurre ad essa[4]. Il canto del Credo è entrato tardi nella Messa della Chiesa di Roma. La sua introduzione definitiva risale al XII secolo, e in ogni caso fu limitato ad alcune feste e domeniche. Il testo viene dal Concilio di Nicea (325), ma secondo la proposizione dei Concili di Costantinopoli e Calcedonia, introdotto nella Liturgia da Timoteo di Costantinopoli verso gli anni 515.

La preghiera dei fedeli alcuni autori la legano, Oratio fidelium, non alla Liturgia della parola, ma alla Liturgia eucaristica. Giustino nella sua Apologia, e Ippolito nella Tradizione Apostolica la collegano all’eucarestia. Questo nome di Oratio fidelium, valido per l’Oriente, potrebbe essere valido dove esistono ancora congedi per categorie, ed anche per la Liturgia latina, come nel caso in cui vengono preparati dei catecumeni[5]. Dunque la comunità cristiana riunita in assemblea liturgica, unita con tutta la Chiesa, intercede, si interpone tra Dio e l’umanità. È guidata dal presbitero, le intenzioni sono proposte dal diacono e la risposta del popolo è un’invocazione a Cristo Signore o al Padre, è la preghiera effettiva dei fedeli.

[1] S. Marsili, La liturgia, eucarestia: teologia e storia della celebrazione, 199-200.
[2] S. Marsili, La liturgia, eucarestia: teologia e storia della celebrazione, 208-210.
[3] Concilio Vaticano II, Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 51, p. 31.

[4] «Per esprimere questa realtà non sono indifferenti il luogo della proclamazione delle letture e i riti che lo accompagnano. Conosciamo dei celebri amboni, da dove venivano proclamate le Scritture. Durante la proclamazione l’ambone deve rimanere in secondo piano, come un semplice strumento: il primo posto deve essere tenuto dal libro della parola e dal lettore. Una volta proclamata la parola, l’ambone resta poi come il segno della parola. L’evangelario deve essere distinto dagli altri libri che non è ritualismo, ma una scelta coerente e motivata. È necessario che il libro sia rilegato con dignità, così come il culto giudaico onora la Torah, conservata in un tabernacolo, sarebbe eccellente che i libri liturgici siano anch’essi conservati in un armadio particolare, auspicabile se è possibile corrispondente a quello della Riserva eucaristica. Il fatto che l’evangelario sia portato, circondato da ceri e preceduto dall’incenso non significa sfarzo; lo stesso per la proclamazione del vangelo da parte del diacono, chiede la benedizione e bacia l’evangelario, gesto solennizzato da non sottovalutare poiché aperto al clero e ai fedeli», S. Marsili, La liturgia, eucarestia: teologia e storia della celebrazione, 213-214.
[5] S. Marsili, La liturgia, eucarestia: teologia e storia della celebrazione, 218-220.

 

Il PADRE NOSTRO ESPRESSIONE VITALE DELLA FEDE CRISTIANA (I) SE Rev.mo Francesco pio Tamburrino Arcivescovo emerito Foggia-Bovino

 

La preghiera è uno degli elementi costantemente presenti nell’attività di Gesù.  I Vangeli lo ritraggono in preghiera nei momenti più importanti della sua vita. Egli prega prima di compiere scelte significative, come la scelta dei Dodici (cf. Lc 6, 12-13). Nel suo insegnamento sulla preghiera Gesù conferma la dottrina dell’Antico Testamento sull’inutilità di moltiplicare parole pregando, sulla necessità di condurre una vita conforme all’insegnamento sulla giustizia e sull’amore del prossimo pregando incessantemente (Lc 18, 1-8). Le numerose preghiere di Gesù nei Vangeli ricoprono l’ampio spettro di forme eucologiche conosciute: il ringraziamento, la lode, la supplica, ma anche il grido di angoscia nei momenti supremi della prova. Una importanza particolare riveste la preghiera che Gesù insegna ai suoi discepoli, il Padre nostro, che accompagnerà tutte le generazioni di cristiani e sarà all’origine di numerosi commenti lungo i secoli della vita della Chiesa. Su questa meravigliosa catena di ininterrotte riflessioni vogliamo attirare l’attenzione di chi vuole conoscere i messaggi che ogni generazione cristiana ha saputo trarre dal dono che Gesù ha fatto ai credenti nel suo nome.

  1. Le fonti neotestamentarie.

Il Pater è la preghiera insegnata da Cristo ai suoi discepoli; per questo è detta “Preghiera de Signore”, oppure “Orazione domenicale”. I Vangeli ne danno due versioni diverse in contesti diversi: in Matteo (6, 9-13) essa è riportata nella sezione sulla preghiera del discorso della montagna, ed è suddivisa in sette domande. In Luca (11, 2-4), dopo una preghiera del mattino di Gesù, i discepoli gli pongono la richiesta di insegnar loro a pregare. Luca, rispetto a Matteo, riporta un testo che contiene diverse varianti importanti; essa si riduce a cinque domande (sono omesse: “sia fatta la tua volontà” e “liberaci dal male”). Storicamente, la Preghiera è sistemata meglio in Luca, inquadrata in un preciso episodio; Matteo le attribuisce una posizione “teologica” nel discorso della montagna, al centro di tutto l’insegnamento di Cristo.

 La recensione di Matteo si presenta in forma ritmica, ben divisa in stichi e strofe.

Oggi, gli esegeti non ritengono che Luca abbia accorciato volontariamente il testo di Matteo, né che Matteo abbia ampliato un testo più breve. Agli inizi nella Chiesa circolavano le due forme leggermente diverse, anche se nessuna delle due era nata come “formula” di preghiera: esse erano piuttosto un elenco di “intenzioni” che avrebbero dovuto guidare la preghiera dei discepoli di Gesù. In seguito, l’uso della preghiera individuale e comunitaria ha finito col preferire il testo di Matteo, introducendolo nella preghiera della comunità cristiana.

  1. Verso la preghiera comunitaria

Nella seconda metà del I secolo, compare una compilazione anonima di fonti diverse derivate dalla tradizione viva di varie comunità ecclesiali, la Didaché, dovuta ad un autore giudeo-cristiano sconosciuto, che si indirizzava a comunità nelle quali erano presenti cristiani venuti dal paganesimo[1]. L’autore della Didaché ha riunito in un manuale alcuni testi desunti dalla tradizione, che gli sembravano utili per l’edificazione dei convertiti alle comunità cristiane. Tra le altre testimonianze, egli ha raccolto un blocco di tradizioni liturgiche sul battesimo, sul digiuno, la preghiera e la cena eucaristica.

Nella Didaché, 8, 2 troviamo l’invito: “Non pregate come gli ipocriti, ma come comandò il Signore nel Vangelo, così pregate: Padre nostro…, con l’aggiunta della dossologia: “A te spettano il regno, la potenza e la gloria nei secoli dei secoli”. Questa dossologia, che compare anche in alcuni manoscritti antichi di Matteo, denota l’uso liturgico del Pater.  E si aggiunge: “Pregate così tre volte al giorno”. Questa è una delle testimonianze più antiche di una prima normativa rivolta ai fedeli a proposito della preghiera.

  1. I commenti patristici e la liturgia

All’epoca patristica, il Pater è commentato nei trattati sulla preghiera (Tertulliano, Origene, Cipriano), negli scritti esegetici e spirituali (Cromazio, Girolamo, Agostino), nelle omelie (Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, Pietro Crisologo), specialmente quelle destinate ai candidati al battesimo (Cirillo di Gerusalemme, Teodoro di Mopsuestia, Agostino).

Lo stesso rito del battesimo si arricchisce con l’introduzione del Pater. In Africa, alla fine della Quaresima, nella quinta domenica, dopo la consegna del simbolo delle fede (Credo), aveva luogo la traditio orationis dominicae, la consegna della preghiera del Signore ai catecumeni. S. Agostino valorizzava quel rito esortando: “Oggi ricevete in che modo di invoca Dio. Accogliete questa preghiera, che restituirete fra otto giorni”[2]. Nella domenica di Passione aveva luogo la redditio, la restituzione del Pater da parte dei catecumeni, recitato a memoria. Dalla notte battesimale, anche i catecumeni potevano pregare, con tutto il popolo di Dio, la preghiera dei figli di adozione.

In un passo ulteriore, la preghiera del Signore viene introdotta anche nella celebrazione eucaristica come anello di congiunzione tra la Prece eucaristica e il rito della comunione. Verso la prima metà del V secolo, solo la Chiesa di Gerusalemme aveva introdotto il Pater nella Messa, uso che poi si estese a tutte le Chiese[3].

  1. Il Pater una “via” per la riconciliazione

Nella Chiesa antica esistevano solo due forme di penitenza per la remissione dei peccati: il sacramento del Battesimo e una seconda ed ultima forma nella Poenitentia secunda, un percorso penitenziale vissuto nella comunità ecclesiale, sotto la guida del Vescovo, dl quale si ricevevano le direttive per un cammino ascetico e di conversione. Non mancavano le “vie di riconciliazione”, itinerari ascetici che consentivano a tutti di pervenire al perdono dei peccati[4]. Tra le varie “vie di riconciliazione” spesso i Padri inseriscono il perdono reciproco delle offese. Origene, ad esempio, elenca come una delle vie via per la remissione dei peccati il perdono concesso ai fratelli: “Tutti abbiamo sicuramente il potere di rimettere i peccati commessi contro di noi; cosa che è dimostrata dalle parole ‘Come noi rimettiamo ai nostri debitori’ (Mt 6, 12), e da queste altre: ‘Poiché anche noi rimettiamo a tutti coloro che sono in debito con noi’ (Lc 11,4)[5].

[1]  W. RORDORF, Didaché, in Dizionario patristico e di antichità cristiane, I, Marietti, Genova-Milano 2006, 1400-1402. 

[2] S. AGOSTINO, Sermo 58, 13.

[3]  Cf. M. RIGHETTI, Storia liturgica. III. La Messa, ed. Ancora, Milano 1998, 476-480.

[4]  Cf. F. P. TAMBURRINO, Le vie della riconciliazione nei Padri e nel magistero della Chiesa, in Celebrare la misericordia. “Lasciatevi riconciliare con Dio”, Atti della 60.ma Settimana liturgica nazionale, Edizioni liturgiche, Rona 2010, 39-87.

[5] Origene,Sulla preghiera,27,8.

Tra Fede&Istituzioni VIVERE IN TEMPI ECCEZIONALI: RIFLESSIONI SULLA FEDE – del vicecapo Polizia di Stato Maria Teresa Sempreviva

Negli otto quaderni in ottavo, Franz Kafka lascia una testimonianza sorprendente sulla fede: “Chi crede non si imbatterà mai in un miracolo: di giorno non si vedono stelle”.

Questa affermazione perentoria sembra offrire – a una prima lettura – un’immagine da idillio della fede e soprattutto del credente, perennemente accompagnato da una luce forte, quella del giorno – per l’appunto – di un giorno costante, che rassicura e protegge.

A una lettura più attenta, tuttavia, lo scenario cambia. Lo sguardo della fede suggerito dallo scrittore è quello che non vede miracoli, non vede segni, non trova appigli e punti di riferimento in un cammino non definito, non privo di incertezze e ricorrenti crocevia. Che questa strada sia da percorrere alla luce di quel giorno “perenne” indicato dallo scrittore non toglie nulla alla fatica e all’insicurezza di chi deve procedere senza conoscere né il percorso né la meta.

Questa prospettiva contraddice il pensiero ricorrente secondo cui chi crede trova maggior sollievo nella vita di ogni giorno, sia nei momenti di difficoltà, che in quelli di serenità nei quali, il sentimento di riconoscenza per un dono ricevuto, conferma il credente nella relazione con l’Alto, un tu per Tu che si nutre di sostegno e di continui segni di vicinanza.

Viene spontaneo chiedersi, allora, quale sia il ruolo della fede in un momento storico animato da paure che sembravano superate, “antiche”, tenute a distanza dai resoconti sulle epidemie che hanno segnato la storia delle civiltà almeno fino agli albori del XX secolo. Più in generale, ci si interroga sul rapporto tra fede e crisi.

Il significato delle parole può aiutarci in questa riflessione. Al contrario del senso negativo che attribuiamo correntemente al termine, la parola “crisi”, nel suo senso originario, significa scelta, decisione, discernimento. “Crisi” è l’esito di un giudizio, di una valutazione, di una distinzione. “Crisi” è interrogarsi costantemente e scegliere, scegliere cosa fare o non fare, scegliere da che parte stare. Se Kafka ha ragione, per chi crede, “crisi” è tutto questo ma in quella luce del giorno che non vede miracoli, stelle, segni.

L’uomo è un essere sociale, il cui agire quotidiano è manifestazione di questa natura, che oggi rischia di essere contraddetta dai comportamenti che ne costituiscono la più genuina espressione, ovvero quello stare insieme che può diventare causa di contagio e di propagazione del virus. Da ciò il rischio di percepire l’altro non come il prossimo con cui condividere esperienze e di cui prendersi cura, ma come una minaccia da cui guardarsi, con la conseguenza – finché la pandemia non sarà definitivamente superata – di essere chiamati a scegliere se assecondare la propria natura, con il rischio di contagiare o di essere contagiato, o se negarsi alla socialità con la speranza di immunità.

Ma chi crede, specie nei momenti di crisi, sa di essere impercettibilmente unito ad altri come lui, ad altri che in quella perenne luce del giorno cercano i medesimi segni per indovinare un cammino, per intravedere una meta. L’attrazione verso il Cielo si riflette verso il basso, verso il simile, verso il prossimo.

Allora vivere la fede nella crisi significa cercarsi, farsi carico di qualcosa, prendersi cura di qualcuno, anzi – mantenendo fermo il senso originario del termine crisi – significa determinarsi ogni momento, ogni giorno, in ogni circostanza, di fare quelle scelte.

Da funzionario dello Stato, da Prefetto, da Vice Capo della Polizia vivo quotidianamente la necessità della scelta, della scelta del servizio a favore del bene pubblico e quindi del cittadino, il “prossimo” della pubblica funzione. Specie in un momento contrassegnato da difficoltà inedite per il nostro tempo, sento come la responsabilità di ruoli istituzionali debba essere maggiormente avvertita, esercitata con più intensa prossimità, accompagnata da quel senso di accudimento che appare più proprio della dimensione della fede. E’ quel farsi carico, quel prendersi cura che chi crede è chiamato a compiere, a scegliere di compiere, ogni giorno.

E’ forse questa scelta, questa “crisi” quotidiana la motivazione primaria delle azioni messe in campo, delle decisioni che ogni giorno siamo chiamati ad assumere per il contenimento della pandemia in atto, ma anche per la tenuta della coesione sociale a presidio della legalità in uno scenario emergenziale senza precedenti. Noi servitori dello Stato siamo chiamati a esserci.

Spesso non è dato sapere quali intime convinzioni siano alla base dei comportamenti di ciascuno, quale fede accompagni l’esercizio delle proprie funzioni.

Sono, tuttavia, convinta che nei momenti di particolare difficoltà chi è chiamato a operare a favore della collettività, avvertendo con maggiore intensità la responsabilità delle proprie scelte e delle proprie azioni, conseguentemente senta la necessità, anche inconsapevolmente, di attingere a un nucleo intimo di principî, di fede per chi è credente, secondo cui declinare il senso del servizio a vantaggio del bene comune.

Pertanto, quel vagare senza punti di riferimento, in un tempo sospeso, senza le stelle evocate da Kafka, può diventare non un cammino solitario e pieno di insidie, ma un percorso condiviso di molti, pienamente consapevoli delle responsabilità di cui farsi carico nei confronti degli altri.

E’ confortante la speranza che questo percorso possa essere compiuto sotto lo sguardo della Madonna di Montevergine, sguardo vigile e tranquillo di mamma, avvolto – come può ammirarsi nella magnifica icona – da una luce intensa, quella del giorno in cui non serve vedere le stelle per orientarsi.

 

Anteprima degli articoli del bollettino 2021